Quanto cibo buttiamo in Italia

| Pubblicato il 01 Giugno 2011

di Andrea Segrè

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Oltre 12 mila miliardi di euro di prodotti agroalimentari finiscono direttamente nella spazzatura. Una quantità di alimenti ancora buoni che potrebbero sfamare quasi un’altra Italia. Per ogni mela o zucchina che consumiamo, praticamente un’altra rimane in campo a marcire. E gli effetti sono pesanti anche dal punto di vista ambientale. Gli sprechi ortofrutticoli liberano nell’atmosfera più di 8 milioni di chili di CO2 equivalente, bevono 73 milioni di metri cubi di acqua, consumano risorse pari a quasi 400 milioni di metri quadrati globali.

E’ il panorama che emerge da “Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo” (Edizioni Ambiente 2011), a cura di Andrea Segrè, professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, e Luca Falascioni, docente di Politica agraria e sviluppo rurale nello stesso ateneo nonché co-fondatore di Last Minute Market (società spin-off dell’Università di Bologna che sviluppa progetti territoriali per il recupero dei beni invenduti o non commercializzabili a favore di enti caritativi). Pubblichiamo di seguito l’articolo apparso su Sapere (febbraio 2011) a firma di Andrea Segrè, dal titolo Salviamo il salvabile.

Strano mondo, il nostro: almeno dal punto di vista alimentare. Ovvero del cibo, della sua produzione, del suo consumo e di tutto ciò che ci sta in mezzo e attorno: la soddisfazione del bisogno primario, cioè nutrirsi, mangiare (*).

In effetti: c’è chi mangia troppo poco, chi non mangia per nulla, chi mangia troppo e male, chi addirittura mangia sulla fame e sugli affamati e anche – e questo è meno noto – chi spreca ciò che si mangia o si potrebbe mangiare. Per non dire dell’acqua e della sete, ma questa è, sarà, un’altra storia (1).

Sottoalimentati e sovralimentati, affamati e sazi, magri e grassi, poveri e ricchi, sottosviluppati e sviluppati … sono le chiavi dicotomiche del nostro mondo, sono i rovesci della stessa medaglia che per quanto riguarda l’alimentazione in particolare significa malfunzionamento del sistema alimentare globale con, evidentemente, delle conseguenze devastanti sulle risorse naturali, economiche, sociali, culturali: sull’umanità insomma.

Per semplificare il ragionamento partiamo da due Giornate mondiali che mettono a confronto, incrociandole tuttavia, l’abbondanza e la scarsità. Ce n’è una ogni giorno dell’anno, è vero, ma le due dedicate al cibo cadono entrambe – forse non a caso – nello stesso mese. Nel calendario mondiale, ottobre è diventato il mese della sazietà e della fame. E va sottolineato che ipernutrizione e sottonutrizione, celebrate appunto nello stesso mese, conducono anche negli stessi luoghi: la malattia, il malessere, la discriminazione, la disuguaglianza. Prima si “celebra” la Giornata mondiale dell’obesità (10 ottobre), patologia che affligge milioni di persone soprattutto nel mondo cosiddetto sviluppato, con conseguenze sanitarie e ricadute economiche assai gravi. Ma anche nei paesi in via di sviluppo il numero degli obesi sta superando quello degli affamati, merito anche delle diete occidentali. Poi viene la Giornata mondiale dell’alimentazione (16 ottobre), che ci ricorda invece il “peso” degli affamati sparsi nei quattro angoli del pianeta, in aumento anziché in calo come vorrebbero i Millennium Development Goals – dimezzare povertà e fame entro il 2015 – e il piano strategico dell’Organizzazione per l’Agricoltura e l’Alimentazione, la FAO.

La FAO, appunto. Ma, a parte presentare alla vigilia delle festività rapporti tanto catastrofici quanto patinati, cosa fanno concretamente le agenzie internazionali? Sono in molti a chiederselo, ma in pochi a saperlo. Non tutti sanno, infatti, che praticamente la metà delle dotazioni delle agenzie internazionali specializzate in campo agroalimentare – Food and Agriculture Organization, World Food Programme (WFP), International Fund for Agricultural Development (IFAD) per esempio – serve per mantenere se stesse, cioè le loro strutture pesanti e appunto costose. Tra stipendi, benefit, trasporti e spese generali si bruciano miliardi di dollari: uno scandalo che, finiti i controvertici mediatici di protesta da parte delle Organizzazioni non governative, passa ben presto nel dimenticatoio. Tirando le somme e moltiplicandole per enne (il numero delle agenzie delle Nazioni Unite) si capisce poi chi mangia sulla fame (2).

Allora siamo tutti matti, si potrebbe pensare. Del resto non è un caso che sempre in ottobre cada anche la giornata mondiale della salute mentale (10 ottobre, come l’Obesity Day). In effetti, il nostro rapporto con il cibo, molto spesso diventa espressione di malessere: l’ingorgo alimentare esprime un profondo disagio, soprattutto psicologico, che riguarda il rapporto equilibrato con la propria mente e individualità: si cerca continuamente quello che non si trova negli eccessi, nei consumi sfrenati, nel bere compulsivo, nel sesso compulsivo, nel mangiare senza fine… o nel non mangiare. L’eccesso nelle piccole e grandi cose ormai è uno stile, un modello di vita e di consumo, sostenuto dall’idea che bisogna sempre essere ovunque in qualsiasi momento. E in questo “sistema” entra, a pieno titolo come vedremo oltre, anche lo spreco.

Paradossi (e insicurezze)
Ma andiamo per gradi, registrando per prima cosa almeno tre paradossi difficili – è proprio il caso di dire – da digerire. Il primo è questo: la stessa FAO stima che la produzione agricola mondiale potrebbe nutrire abbondantemente 12 miliardi di esseri umani, cioè il doppio di quelli attualmente presenti sul pianeta. E non a caso nel World Food Summit del 2009 uno degli obiettivi da raggiungere nel 2050 è l’incremento della produzione agricola del 70%, proprio perché le potenzialità già ci sono, senza neppure entrare nella spinosa questione delle piante geneticamente modificate.

Com’è possibile, allora, che nonostante summit, dichiarazioni e obiettivi sbandierati il numero di affamati non diminuisca, anzi aumenti? Sono attorno al miliardo ormai, precisamente 935 milioni secondo l’ultimo censimento presentato dalla FAO nel 2010. Mentre nel mondo l’obesità riguarda oltre 300 milioni di persone e un miliardo di adulti risulta sovrappeso tanto da far proporre a qualcuno una tassazione ad hoc sugli alimenti eccessivamente calorici, il cosiddetto junk food. Già, un vero dilemma dell’epoca moderna: aumentare o no le imposte sul cibo-spazzatura ovvero il consumo preferito degli obesi?

Magri e grassi sembrano concentrare tutte le storture dello sviluppo capitalistico e dell’omogeinizzazione dei modelli di produzione e di consumo: il cibo che si produce, si trasforma, si commercia, si distribuisce e poi si consuma segue sempre lo stesso “modello globale” (3). E che poi porta a uno “stato di insicurezza alimentare nel mondo”, peraltro tradizionale titolo dei rapporti FAO/WFP. Del resto che la produzione agricola sia strategica per il futuro se ne sono accorti i maggiori “giocatori” sui mercati mondiali – paesi emergenti come le petro-monarchie del Golfo, la Cina, il Sud-est asiatico, imprese private, fondi di private equità – che stanno acquistando milioni di ettari soprattutto in Africa e negli altri paesi del Sud del mondo: è il land grabbing ovvero l’accaparramento dei terreni che in un modo o nell’altro minaccia la sovranità alimentare dei popoli, una nuovo colonialismo nella prospettiva che le bocche da sfamare nel giro di due decenni arrivino a nove miliardi.

Dunque produciamo o potremmo produrre tanto (di più), sovvenzionando la produzione stessa (la Politica agricola europea è un esempio storico, così come il Farm Bill degli USA e gli interventi a supporto dell’agricoltura negli altri paesi sviluppati), ma non in modo sufficiente per tutti, e poi mangiamo anche male, tanto da pensare di tassare il cibo spazzatura.

La malnutrizione è dunque il denominatore comune alimentare dei nostri tempi: circa due terzi della popolazione mondiale mangia male. O troppo o troppo poco, comunque male. Con conseguenze devastanti anche dal punto di vista economico, sanitario e sociale (4).

Il secondo paradosso è che fame e sazietà, scarsità e abbondanza s’incrociano, talvolta pericolosamente: dove c’è denutrizione c’è abbondanza, dove c’è scarsità, troviamo obesità. Tutti pensano con un’immagine stereotipata che i “magri” siano perlopiù concentrati nei paesi poveri mentre i “grassi” esplodano in quelli ricchi. Non è così. Per esempio l’Africa è colpita da entrambe le patologie. Non tutti hanno coscienza che l’obesità ha raggiunto livelli elevatissimi anche in questo continente. Un numero rilevante di africani ha lasciato le aree rurali per recarsi in quelle urbane, dove consuma molto cibo ma di scarsa qualità. Nelle aree della Cina più “occidentalizzate” l’obesità arriva al 20%. Il sovrappeso è divenuto un problema non meno preoccupante della carenza di cibo. Sia la denutrizione sia la sua condizione opposta è causa della povertà e dell’insicurezza alimentare, che colpiscono una larga porzione di popolazione urbana, la quale non è in grado di accedere ad alimenti freschi e nutrienti (5). In alcuni Stati del Nord e del Sud dell’Africa, le persone in sovrappeso hanno superato di numero quelle denutrite, ma in queste aree non vi è alcuna consapevolezza dei problemi che tale condizione comporta. Anzi, qui l’obesità non è vista come un problema ma come uno status invidiabile, simboleggiante un buon tenore di vita. Seppure in proporzioni diverse questo trend sia simile anche nei paesi sviluppati, Italia compresa. Secondo un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità, gli obesi nel nostro paese sono in preoccupante aumento. Le persone in sovrappeso in Italia sono oltre due uomini su tre (67 %) e più della metà delle donne (55%) mentre assai più significativo è il dilagare del problema nei più giovani. I bambini italiani sono i più grassi d’Europa con uno su tre di età compresa tra i 6 e gli 11 anni che pesa troppo. Problema che si cerca di risolvere, coerentemente con l’attuale logica di consumo e crescita semplicemente con un (para)farmaco nuovo che con “tre spruzzi sotto la lingua cinque volte al giorno” toglie i crampi della fame. Ecco un illusorio placebo, che dovrebbe sostituire in modo molto semplicistico quelle problematiche psicologiche ed esistenziali che stanno dietro alla necessità compulsiva di mangiare. Un altro bisogno inesistente, il full fast spray sublinguale, miracolo del progresso sicuramente più costoso di una sana dieta fisica e mentale. E probabilmente, anche meno efficace (6).

Il terzo paradosso riguarda proprio la spazzatura, dove finisce invece tutto il cibo sprecato. Solo qualche elemento, tanto per capire lo squilibro tra l’offerta e la domanda, lo squilibrio meno noto al mondo ma probabilmente il più scandaloso. Intanto il dato, frutto del lavoro di uno studioso inglese, Tristram Stuart che, rielaborando i bilanci alimentari della FAO, ha calcolato un livello di “surplus superfluo” che sarebbe 22 volte superiore a quello necessario per alleviare la fame delle popolazioni malnutrite del pianeta o basterebbe per alimentare tre miliardi di individui (7). Insomma lo spreco potrebbe rappresentare anche un’opportunità, almeno per qualcuno, e non sono pochi come si vedrà anche oltre.

Non sono molte, peraltro, le analisi serie nel campo dello spreco alimentare. Dalla premessa della Dichiarazione europea contro lo spreco alimentare emerge tuttavia con chiarezza che la quantità di cibo sprecato nel mondo è allarmante: si stima che mediamente circa la metà del cibo prodotto nel mondo venga perso, convertito e sprecato, seppure con notevoli variazioni da paese a paese e da stagione a stagione (8). Per esempio in Gran Bretagna ogni anno 18 milioni di tonnellate di alimenti ancora perfettamente commestibili sono gettati via da parte delle sole famiglie per un costo annuo di 14 miliardi di sterline: allo stesso tempo nel Regno Unito quattro milioni di persone non hanno accesso a una dieta sana. In Svezia, una famiglia media getta via il 25% del cibo acquistato. Una famiglia media danese formata da due adulti e due bambini elimina ogni anno cibo per un valore pari a 2,93 miliardi di dollari USA (2,15 miliardi di euro). Ogni cittadino francese getta via ogni anno sette chili di prodotti alimentari ancora intatti nella confezione originale. Nello stesso paese, otto milioni di persone sono a rischio di povertà. Il 40 % del cibo prodotto negli Stati Uniti viene gettato via lungo l’intera catena alimentare. Gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali stanno consumando ogni giorno un surplus di 1.400 calorie per persona per un totale di 150 trilioni di calorie all’anno.

Lo spreco alimentare ha un impatto ambientale, socio-economico e sanitario importante. Esso determina lo spreco di oltre un quarto del consumo totale di acqua dolce e più di 300 milioni di barili di petrolio all’anno, secondo uno studio recentemente pubblicato. Ogni tonnellata di rifiuti alimentari produce 4,2 tonnellate di CO2 (anche se ci sono differenze tra i prodotti alimentari di origine vegetale ed animale). Se smettiamo di sprecare il cibo sarebbe come togliere un auto su quattro dalla strada nel Regno Unito.

Lo spreco in Italia
In questo contesto anche il nostro paese non sfigura, come del resto emerge dai dati riportati nel Libro nero sullo spreco alimentare in Italia (9). Una prima valutazione complessiva dell’entità dello spreco è stata ottenuta mettendo a confronto da una parte la quantità di cibo che ogni italiano ha a disposizione per tipologia di prodotto, secondo quanto riportato dalla FAO nei Food Balance Sheets, e, dall’altra, il consumo di cibo pro capite per giorno, fornito dall’INRAN (dati reperibili sul sito EFSA).

Nella tabella 1, la seconda colonna riporta i dati della produzione agricola nazionale e il suo utilizzo, le importazioni e le esportazioni di beni agricoli e prodotti alimentari. Nella terza colonna si riporta la differenza tra le quantità di alimenti disponibili e quelle consumate. Per il sistema agroalimentare italiano, le percentuali di alimenti sprecati rispetto al totale disponibile oscillano tra il 26 % e il 48 % a seconda delle diverse tipologie di prodotti. Si noti come la maggior parte delle categorie (verdura, frutta, bevande alcoliche, carne) sia soggetta a una percentuale di spreco superiore al 40% e solamente i cereali (36 %) e il pesce (26 %) presentino risultati più efficienti a livello di filiera: questi dati si spiegano con la minore deperibilità del prodotto nel caso dei cereali e per una filiera tecnologicamente avanzata nel caso del pesce.

Una riflessione aggiuntiva deriva dalla lettura della tabella 1 e, in particolare, dall’analisi delle quantità di prodotti alimentari disponibili: da questi dati si evince che la disponibilità calorica per ogni italiano è di circa 3.700 Kcal al giorno, equivalente a circa una volta e mezzo il fabbisogno energetico quotidiano. Ciò a cui si assiste è una crescente offerta di prodotti altamente calorici, soggetti a un’inflazione minore rispetto ad altre tipologie di alimenti freschi. Tale offerta incide in maniera diretta sui comportamenti alimentari della popolazione urbana, come testimoniato dagli studi condotti dal Ministero della salute nel 2002 e nel 2008, nei quali si riporta che la popolazione italiana è caratterizzata da una forte componente di individui in soprappeso, ossia il 50% degli uomini, il 34% delle donne e il 24% dei bambini in età compresa tra i 6 e gli 11 anni. In questi ultimi anni, infatti, in Europa e in Italia è fortemente aumentato l’allarme legato ai problemi di un’alimentazione squilibrata e troppo ricca dal punto di vista calorico.

Spreco alimentare che ha anche un importante impatto economico e nutrizionale. Ad esempio nel nostro paese, sempre secondo i dati riportati nel Libro nero sullo spreco in Italia, emerge che solo la distribuzione organizzata italiana nel 2009 avrebbe sprecato oltre 263 mila tonnellate di cibo ancora perfettamente consumabile, per un valore medio di oltre 900 milioni di euro. Cibo che potrebbe nutrire (tre pasti) oltre 600 mila persone al giorno per un anno ovvero 580 milioni di pasti sempre in un anno.

Spreco che ha anche un importante impatto ambientale. Ad esempio, sempre il Libro nero sullo spreco alimentare in Italia sono riporta tre indicatori rappresentativi del consumo di risorse (terra e acqua) e delle emissioni di anidride carbonica associate al ciclo di vita del prodotto sprecato preso in esame: il Carbon Footprint (Impronta del Carbonio, è un indicatore che rappresenta le emissioni di gas serra generate nei processi), l’Ecological Footprint (Impronta Ecologica, misura, invece, la quantità di terra o mare biologicamente produttiva necessaria per fornire le risorse e assorbire le emissioni associate a un sistema produttivo) e il Water Footprint (Impronta Idrica, indica il consumo delle risorse idriche associate alle filiere agroalimentari). Come già evidenziato nella tabella 2, le attività commerciali alimentari presenti in Italia sprecano 263.645 tonnellate di prodotti alimentari, il 40% di questo cibo buttato è ortofrutta. Un calcolo approssimativo ci porta quindi a dire che ogni anno vengono buttate via 105.458 tonnellate di ortofrutta. Questa quantità di ortofrutta ha un impatto ambientale, quantificato seguendo gli indicatori di cui sopra, pari a quello riportato nella tabella 3.

La tabella 3 evidenzia come l’ortofrutta buttata via nei supermercati, ipermercati e altri servizi commerciali, comporta uno spreco di più di 63 milioni di metri cubi di acqua e un consumo di risorse pari a più di 316 milioni di metri quadrati. Questo spreco porta inoltre a liberare nell’atmosfera più di 7 milioni di chili di anidride carbonica equivalente. I dati sono allarmanti, sia per la quantità di spreco sia per le sue conseguenze ambientali. Considerando inoltre che l’agricoltura è la seconda causa di emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, possiamo ipotizzare che lo spreco di prodotti agricoli possa addirittura arrivare a essere il maggiore responsabile delle emissioni di CO2 nell’ambiente.

Da fallimento a risorsa
Insomma nel nostro “piccolo mondo” – e come abbiamo visto l’Italia ne fa parte a pieno titolo – scarsità e abbondanza, fame e sazietà, produzione e consumo pur scontrandosi non si incontrano: sono i rovesci della stessa medaglia. Un conio che lega malnutrizione, insicurezza alimentare, salute, povertà, ricchezza e spreco. Lo spreco, appunto: il vero scandalo dei nostri tempi. Ma cosa sta succedendo? Non ci rendiamo più conto – il ragionamento che segue riguarda soprattutto i paesi ricchi ma potrebbe essere esteso, entro certi limiti, anche a quelli più poveri – che le risorse sono limitate e troppo spesso vengono sprecate, anche e soprattutto nelle aree urbane dove la concentrazione antropica è maggiore: nei negozi, nei centri commerciali, nei ristoranti, nelle farmacie, soprattutto nelle nostre case e in particolare nei nostri frigoriferi – i più grandi giacimenti di prodotti pronti per essere gettati via – ma ovunque in verità. Del resto, la merce prodotta e accumulata se non viene consumata deve essere in qualche eliminata, distrutta, al limite regalata, per fare posto agli altri prodotti che vengono continuamente “sfornati” dal mercato stesso. Dove metteremmo altrimenti quelli nuovi? Lo spreco oltre ad essere un classico fallimento del mercato sta diventando, ormai si dovrebbe dire, il suo valore aggiunto, ne fa parte insomma: si accumula sotto forma di rifiuti. Usa e getta, obsolescenza programma sono ormai le parole d’ordine del nostro sistema produttivo e di consumo occidentale. Che genera appunto rifiuti, inquinamento, malessere, disuguaglianze, povertà.

Cosa significa sprecare? Consumare inutilmente, senza frutto; usare in modo che determinate qualità o quantità di una cosa vadano perdute o non vengano utilizzate. Chiaro, ma non completo. Bisogna entrare nei particolari per capire meglio questo “consumare senza discernimento”. Sprecare, dunque sempre legato al verbo consumare, significa in particolare: “non utilizzare proficuamente o nel modo giusto”. Non a caso nella società contemporanea lo spreco costituisce sempre più spesso il frutto non tanto e non solo dell’eccessivo consumo, quanto del mancato utilizzo di un determinato bene. Che invece potrebbe ancora essere usato, almeno da qualcuno: per vivere. Appunto: il ciclo di vita dei beni, e talvolta anche delle persone, è proprio breve: brevissimo. Le “isole ecologiche” come si chiamano oggi, invece che discariche, sono piene di prodotti di ogni genere ancora integri, commestibili o funzionanti, scartati a causa di qualche difetto del tutto irrilevante, oppure sacrificati per fare spazio al “nuovo che avanza” nell’effimera civiltà dell’usa e getta. È come a Leonia, una delle città invisibili di Italo Calvino dove «l’opulenza (…) si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove». Come ci ricorda Zygmunt Bauman, nella società consumistica è necessario scartare e sostituire: il consumismo, oltre ad essere un’economia dell’eccesso e dello spreco, è anche un’economia dell’illusione. L’illusione, come l’eccesso e lo spreco, non segnala un malfunzionamento dell’economia dei consumi. È al contrario, sintomo della sua buona salute, del suo essere sulla giusta rotta. Ed è segno distintivo dell’unico regime che può assicurare a una società dei consumatori la sopravvivenza. Oggi – è paradossale, ma è così – dobbiamo “sopravvivere al troppo” o, in alcuni casi, al troppo poco.

È il caso del cibo, come abbiamo appena visto. Guardiamo dentro il nostro frigorifero, osserviamo il nostro comportamento di consumatori eccessivi e spreconi. Secondo le stime dell’Associazione Difesa e Orientamento dei Consumatori riferite al 2009 ogni nucleo familiare italiano getterebbe a via il 19 % del pane, il 17 % della frutta e della verdura, ogni anno 515 euro di prodotti alimentari su una spesa mensile di 450 euro, dunque circa il 10 % (nella tabella 4 si trova il dettaglio degli altri prodotti e la comparazione con l’anno precedente). Del resto, il fautore del “principio di sovrabbondanza”, Peter Sloterdijk, scriveva che: «mentre per la tradizione lo spreco rappresentava il peccato per eccellenza contro lo spirito di sussistenza, perché metteva in gioco la riserva sempre insufficiente di mezzi di sopravvivenza, nell’era delle energie fossili si è realizzato intorno allo spreco un profondo cambiamento di senso: oggi si può dire che lo spreco è diventato il primo dovere civico. L’interdizione della frugalità ha sostituito l’interdizione dello spreco – questo significano i continui appelli a sostenere la domanda interna». In realtà l’obsolescenza programmata dei prodotti è uno dei principi dello spreco che perdura anche nel ventunesimo secolo. Ma se adottiamo comportamenti che tendono a ridurre lo spreco ci indirizziamo verso una razionalizzazione del nostro stile di vita seguendo un’ottica pro-ambiente. Meno spreco vuol dire meno rifiuti, meno danni all’ambiente, meno inquinamento, insomma più “eco”. Ridurre lo spreco deve quindi divenire un imperativo ecologico, un diktat da seguire, che non ne porterà alla sua eliminazione ma sicuramente ad una sua contrazione, perché paradossalmente lo spreco, o almeno una sua parte, può fare del bene.

Infatti lo spreco, ciò che si getta via, almeno in parte può essere utile, almeno per qualcuno. I prodotti invenduti possono essere considerati come una potenziale offerta di prodotti. Alla stessa stregua è possibile immaginare che vi possa essere una domanda inespressa proprio per quegli stessi prodotti. Pensiamo solo agli indigenti, consumatori senza potere di acquisto. Ecco un ossimoro: lo spreco utile. Ciò che per tanti è abbondanza, e quindi spreco, per qualcun altro è scarsità e quindi opportunità.

Lo spreco può dunque trasformarsi in risorsa. E soprattutto può diventare il paradigma di una nuova società. È ciò che propone e fa concretamente Last Minute Market, spin off accademico dell’Università di Bologna. Un sistema di recupero dei beni invenduti auto sostenibile che coniuga, per davvero, solidarietà con sostenibilità. Prolungare la vita dei beni vuol dire allungare anche quella di chi li utilizza: cestinare e distruggere i prodotti prima del loro uso o della loro fine naturale è un po’ come farli morire, e con loro eliminare le persone che invece potrebbero consumarli. Ma non basta. Perché l’equazione meno spreco più ecologia porta ad una nuova società. La società sufficiente dove “abbastanza non è mai troppo”, dove “più non è sempre uguale a meglio”, dove anzi si può fare “di più con meno” e, se necessario, anche “meno con meno”. È una società capace di sostituire, quando serve, il denaro (mercato) con l’atto del donare, e non soltanto perché si tratta di un anagramma: il dono porta alla relazione e alla reciprocità. È una società capace di prevenire la formazione di rifiuti promuovendo nuovi stili di consumo e di vita. Ed è questo anche il senso della campagna europea “Un anno contro lo spreco 2010”, promossa da Last Minute Market con la Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento Europeo, campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi legati allo spreco e alle modalità per ridurlo.

Vale la pena dunque richiamare i punti principali della Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare sottoscritta da docenti, ricercatori, politici, operatori:

1. Adottando tale dichiarazione ci proponiamo di rendere esplicito il nostro impegno a livello nazionale, regionale e globale per ridurre del 50 % la quantità di spreco alimentare prodotto lungo tutta la catena alimentare. Facciamo appello a tutti i soggetti coinvolti nella catena alimentare (dal campo alla tavola, ovvero agricoltori, i sistemi di distribuzione e marketing e i consumatori) a mobilitarsi per rendere questo obiettivo raggiungibile.

2. Noi ci battiamo affinché la riduzione del 50 % dello spreco alimentare a livello globale diventi un elemento essenziale di tutte le politiche agricole e sociali, sia nei paesi sviluppati sia nei paesi in via di sviluppo. Azioni urgenti dovrebbero essere adottate per fare di un tale obiettivo un obiettivo realistico da raggiungere entro il 2025.

3. A partire dalle istituzioni originariamente coinvolte in questa dichiarazione, puntiamo a creare un Partenariato Globale contro lo Spreco Alimentare che espanda la sua portata e coinvolga sempre più soggetti interessati e membri della comunità. Il Partenariato Globale contro lo Spreco Alimentare si impegnerà per la condivisione di tecnologie, processi, progetti e idee per aumentare la capacità delle istituzioni mondiali, europee, nazionali e regionali e dei governi di trovare soluzioni per combattere lo spreco alimentare.

4. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché la lotta contro lo spreco alimentare venga inserito come obiettivo supplementare entro il settimo degli Obiettivi del Millennio (“Assicurare la sostenibilità ambientale”) e in modo che la riduzione dello spreco alimentare sia realizzata in maniera coordinata e concordata e attraverso stadi intermedi.

5. Le istituzioni internazionali e nazionali hanno sottolineato in molte occasioni l’urgenza di aiutare i paesi in via di sviluppo e le economie emergenti ad espandere la propria produzione agricola e alimentare, ad esempio, attraverso maggiori investimenti, sia pubblici che privati, in agricoltura, nell’agro-business e nello sviluppo rurale. Oltre ad aumentare la produzione agricola, è essenziale migliorare l’efficienza della catena alimentare. In accordo con la dichiarazione finale dei ministri dell’Agricoltura dei paesi del G8 nel 2009 su “Agricoltura, Sicurezza Alimentare e Agenda Internazionale”, chiediamo pertanto un maggiore sostegno, compresi maggiori investimenti nella scienza e nella ricerca, tecnologia, istruzione, divulgazione e l’innovazione in agricoltura per ridurre lo spreco alimentare. Nel corso del Vertice Mondiale sull’Alimentazione del 2009 si è deciso di aumentare la produzione agricola/alimentare del 70% al 2050 – un enorme incremento, ma non vi è stata alcuna discussione né decisione su un’alternativa/approccio complementare, ovvero come poter rendere la filiera alimentare più efficiente.

6. Esortiamo i governi nazionali e le organizzazioni come la Food Standards Agency a sviluppare soluzioni pratiche e una migliore comunicazione per rendere più facile per i consumatori ottenere il massimo dal cibo che acquistano e imparare a sprecare meno. Esortiamo la promozione della trasparenza nel labelling, e soluzioni di packaging più appropriate che possano essere utili per ridurre lo spreco. Chiediamo ai politici, alle istituzioni pubbliche, alle autorità ed ai media di informare costantemente l’opinione pubblica sul problema dello spreco alimentare attraverso azioni di sensibilizzazione e educazione. Sollecitiamo l’Unione Europea ad impegnarsi nella nascita e la diffusione di un’intelligenza ecologica. L’intelligenza ecologica si riferisce alla capacità di comprendere come ogni azione impatti sull’ambiente e sugli ecosistemi. Questo è un passo fondamentale nel tentativo di fare minori danni al nostro sistema di supporto vitale e di vivere in modo sostenibile. Ciò può essere ottenuto attraverso un’appropriata legislazione e la sensibilizzazione del pubblico. Si spera che i cittadini europei, instillati con una rinnovata consapevolezza e partecipazione ambientale, contribuiranno a raggiungere questo obiettivo.

7. Esortiamo la Commissione Europea a prendere posizione in materia di spreco alimentare e chiediamo che la lotta contro lo spreco alimentare diventi uno dei punti prioritari all’ordine del giorno della Commissione Europea. Visti gli articoli 191 e 192 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che mirano a promuovere un livello elevato di protezione della salute umana e dell’ambiente, esortiamo la Commissione europea a rivedere la normativa vigente applicabile ai rifiuti al fine di elaborare una proposta di direttiva specifica entro la fine del 2015. Chiediamo alla Commissione di fornire una quantificazione delle emissioni nel quadro del Piano Nazionale delle riduzioni di CO2 ottenute dal riciclaggio e dal compostaggio e di sostenere gli Stati membri nell’introduzione di obiettivi vincolanti e ambiziosi per il riciclo dello spreco alimentare.

Il Last Minute Market
Dunque bisogna ridurre lo spreco, dimezzarlo sarebbe già un grande risultato: rendere il mercato e le filiere più efficienti, il comportamento dei consumatori – tutti noi – più consapevole e responsabile. Ci vorrà del tempo, evidentemente. Nel frattempo però lo spreco, ciò che si getta via, in parte può essere utile, almeno per qualcuno: una manna dal cielo in molti casi. Come abbiamo detto: allungando la vita dei beni e dei prodotti (alimentari), allunghiamo anche quella di chi li consuma. Gettare i prodotti prima della loro fine “naturale” è un po’ come ucciderli, e con loro far morire anche le persone che invece potrebbero consumarli. Bisogna insomma trovare quel collante tra scarsità e abbondanza, tra affamati e ipernutriti, tra produzione (abbondante) e consumo (scarso).

Se ancora consumabile ciò che si getta via può diventare un’offerta, potenziale almeno, di prodotti. Non è facile d’altra parte immaginare e trovare una domanda inespressa per quegli stessi prodotti: basta guardarsi attorno per trovare una grande quantità di enti e associazioni caritative che assistono gli indigenti, questi ultimi consumatori senza potere di acquisto. Ecco il rovescio della medaglia: ciò che per tanti è abbondanza, e quindi spreco, per qualcun altro è scarsità e dunque fame. Serve a questo il modello Last Minute Market, il mercato dell’ultimo minuto, sperimentato a partire dal 2000 quando dopo una ricerca operativa si è capito che le quantità di cibo sprecate sono un’enormità. Perché Last Minute Market? Last significa ultimo, ma con un doppio senso: l’ultimo minuto perché dobbiamo fare in fretta, i prodotti scadono, sono danneggiati, li dobbiamo consumare presto, ma anche ultimo perché i beneficiari sono gli “ultimi” della società. Così si innesca un meccanismo virtuoso, conveniente per tutti, e che per questo funziona: da una parte l’impresa for profit trae vantaggio a donare il prodotto perché evita il costo di trasporto e smaltimento, dall’altra il mondo non-profit riceve gratuitamente un prodotto che dà un doppio vantaggio: economico, dato che si risparmia, e nutrizionale: si mangia di più e meglio. Tutto si basa sul dono – che in fondo è uno scambio di anime, come diceva Marcel Mauss – fra chi ha troppo e chi ha troppo poco (10). E soprattutto, chi ha meno può risparmiare denaro in cibo e acquistare altri beni e servizi (11).

È il caso, fra gli altri, di una “mamma”, Angela, che gestisce una piccola comunità di bambini e ragazzi tra i sette e i diciassette anni, in affido dal Tribunale dei Minori di Bologna. In un anno di Last Minute Market è riuscita a destinare i soldi risparmiati in cibo per costruire un campo da basket dove i ragazzi possono giocare. Alcuni bambini hanno potuto avere gli apparecchi per i denti, altri andare in piscina. Ecco il cuore del Last Minute Market: fare sì che tutti ci guadagnino qualcosa, poco magari, ma pur sempre qualcosa. Un “modello” che diventa poi il modo per collegare due mondi apparentemente distanti e per riequilibrare un mercato, quello alimentare, palesemente inefficiente, dove chi ha troppo spreca, e chi ha poco soffre la fame. Questo modello è duttile, si può declinare in tanti modi, non soltanto in relazione al cibo, che peraltro rimane il problema principale perché l’alimentazione è un bisogno primario (12).

Un principio, quello del mercato Last Minute, che si può applicare anche ad altri beni, teoricamente a tutti. Per esempio anche i libri non si vendono e vanno al macero il che rappresenta uno spreco doppio, perché viene distrutto un bene materiale ma anche un lavoro intellettuale. È nato così il Last Minute Book: in due anni sono stati recuperati cinquantamila libri, talmente tanti non solo da rifornire gli scaffali di associazioni ed enti caritativi che già ricevono il cibo, ma anche da poter essere inviati nel mondo (ad esempio nei paesi dell’America Latina legati alla cultura italiana). Come dire: abbiamo bisogno di cibo per lo stomaco, ma anche di cibo per la mente.

Con il tempo si sono aggiunti altri mercati dell’ultimo minuto. Così sono nati in sequenza: Last Minute Harvest (raccolti), Last Minute Pharmacy (farmaci), Last Minute Seeds (semi) e Last Minute Waste (prodotti non alimentari). Il primo “mercato” è finalizzato a non sprecare la frutta e la verdura che si lascia pendere dagli alberi o marcire nei campi a causa dei costi di produzione superiori ai prezzi di vendita. Il secondo ha il fine di recuperare i prodotti farmaceutici e parafarmaceutici che farmacie e grossisti non riescono a vendere e devono poi smaltire a costi assai elevati. Il terzo è rivolto a salvare sementi il cui unico difetto è avere un grado di germinabilità leggermente inferiore rispetto agli standard europei, il quarto a recuperare tutto il resto (13). Questi “mercati dell’ultimo minuto” e altri ancora che potranno essere studiati e attivati, pongono in essere un’alternativa al mercato, quello vero, e ai suoi fallimenti. Del resto, lo spreco, ciò che si getta via perché invenduto, rappresenta come detto un fallimento del mercato. Allora, mutuando quanto diceva Emanuele Severino a proposito del capitalismo, il nemico più implacabile e più pericoloso del mercato è il mercato stesso. Dunque mettendo in relazione, anche fisica, un’offerta che però non viene offerta a una domanda che però non viene o non può essere esercitata, il prezzo (la guida del mercato) si perde e viene necessariamente applicata una scala di valori diversi, che pone al centro del “circuito” il legame, la relazione, il dono, la reciprocità tra le persone coinvolte a prescindere dal bene che viene scambiato, andando dunque “oltre” al bene stesso. Che è anche ciò che manca a questo nostro mondo, alimentato soprattutto da paradossi e insicurezze.

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giugno 2, 2011 at 7:24 pm Lascia un commento

DENUTRIZIONE IN SUD AMERICA E CARAIBI

Un’approfondita ricerca rivela che in Sud America e Caraibi, il 45% dei bambini e adolescenti fino ai 18 anni, vive sotto la soglia della povertà.

E’ meglio dire, per poter penetrare nella vastità del dramma,  ottantuno milioni di giovane vite circondate dalla miseria, denutrizione, senza acceso all’acqua potabile, senza  diritti allo studio, che dimorano in case che non si possono assolutamente riconoscere come tali.

Questo è quanto è emerso  dai dati ottenuti  da una ricerca realizzata  dal “CEPAL”  (Estudio Pobreza Infantil de Latino America y Caribe) e dall’ UNICEF,  (Fondo de las Naciones Unidas para l’Infancia)  nella relazione del 2008-2009 dove riferiscono che: “La privazione di questi bene essenziali mostrano un quadro di estrema povertà, che violano i diritti proclamati nel 1989 dalla Convenzione Internazionale per i Diritti dei Bambini.”

Le due organizzazioni concordano e consigliano ai governi in questione  di badare maggiormente ai salari  e ad altre risorse che possano coprire i bisogni “primordiali”  delle famiglie meno abbienti..

Fonte foto internet

I paesi più colpiti da questa tragedia sono Bolivia, El Salvador, Guatemala, Honduras e Perù;  in Guatemala il 49% dei bambini sotto i 5 anni è affetto da denutrizione cronica.

Purtroppo le situazioni più gravi si manifestano nelle zone di frontiera, dove l’accesso è molto difficile.

Secondo la relazione fatta dall’Unicef, la soluzione sta nel proporre politiche sociali, macro-economiche, e  di lavoro,  ma soprattutto ridurre le disuguaglianze sociali, territoriali, etniche e di ogni genere. Misure che dovrebbero iniziare da subito, specialmente con i bambini molto piccoli, unico modo di rompere il ciclo che ormai ha coinvolto varie generazioni.

La mortalità infantile portata da questa estrema povertà in genere è sconosciuta, conseguente alla non iscrizione all’anagrafe  dei bambini o semplicemente perché i dati sono falsificati dai governi.

Leggendo questi dati, credo che a tutti ci venga in  mente quei cartelloni esposti nelle strade dell’Havana con la scritta: “Oggi 200 milioni di bambini dormono per le strade, nessuno è cubano”. Se ne  potrebbe aggiungere un altra, “Oggi milioni di bambini muoiono di fame, nessuno è cubano”…

Per finire voglio prendere una frase che mi colpì e immagazzinai nella mia memoria. “Le condizioni per generare una simile tragedia sono create  dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei…ma arriverà il giorno nel quale  vi sarà un numero in più nel cimitero degli Imperi scomparsi” Leonardo Boff

Non ci resta che aspettare…

Inès Cainer [1]

maggio 29, 2011 at 7:24 pm Lascia un commento

Troppi nodi irrisolti sul fronte del cibo. Ci vuole più responsabilità

L’Italia si sta preparando a ospitare Expo 2015 dedicata all’alimentazione, ma non ha ancora avviato una riflessione sui nessi tra cambiamenti epocali e produzione e distribuzione del cibo. Non si va da nessuna parte se il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale non diventa un’effettiva tribuna internazionale per affrontare i problemi

di Alfonso Pascale

La Primavera del Mediterraneo sconquasserà gli equilibri geopolitici del mondo perché le folle che stanno sfidando regimi, bombe, assetti di potere decennali chiedono contemporaneamente pane e libertà. Quando la situazione diventa intollerabile dal punto di vista sociale si accendono gli animi e la mancanza di un bene primario come il pane fa emergere la penuria di un bene ancor più grande, che è la libertà. E così in poco tempo cambieranno i rapporti di forza e le sfere d’influenza, sia a livello macroregionale che su scala globale. Si trasformerà il legame tra Democrazia e Islam e aumenterà il numero degli attori coinvolti in asset cruciali per il futuro prossimo, come l’approvvigionamento energetico, la produzione e la distribuzione del cibo, la gestione dei flussi migratori. Le popolazioni dei paesi ricchi stanno reagendo, come al solito, in modo contraddittorio: da una parte si sentono coinvolte idealmente con le rivolte della fame, dall’altra ricorrono a specifici prodotti finanziari speculativi, offerti dalle banche anche europee e collegati agli andamenti speculativi dei prezzi delle materie prime agricole.

Occorrerebbe una forte capacità della politica di orientare le scelte dei governi verso soluzioni condivise dei diversi problemi sul tappeto. La Presidenza francese del G 20 ha avviato il confronto sul nesso tra sicurezza alimentare e speculazione finanziaria ed ha previsto due incontri a Parigi dei Ministri dell’Agricoltura il 22-23 giugno e delle Finanze il 16 ottobre per arrivare con un pacchetto di proposte al Summit dei G 20 il 3-4 novembre a Cannes. L’Italia si sta preparando ad ospitare Expo 2015 dedicata all’alimentazione, ma non ha ancora avviato una riflessione sui nessi che intercorrono tra questi cambiamenti epocali e la produzione e distribuzione del cibo.

IL CIBO E L’INSICUREZZA ALIMENTARE

Per star bene ognuno di noi ha bisogno di circa 2.000 calorie al giorno. Nei Paesi dell’Occidente ne consumiamo circa 2.900. Circa un terzo della popolazione mondiale non raggiunge le 2.000 calorie e il 30% di quel terzo di popolazione (si tratta di 500 milioni di persone) dispongono di meno di 1.500 calorie il che vuol dire che soffrono la fame e moriranno precocemente per inedia.

In un mondo in cui la produzione alimentare basta a sfamare tutti gli individui, oltre un miliardo di persone oggi non ha accesso ad una quantità di cibo sufficiente. Perché? Perché uno dei fattori chiave della sicurezza alimentare e nutrizionale è la povertà. L’insicurezza alimentare e la malnutrizione sono, infatti, nel contempo causa ed effetto della povertà e del sottosviluppo: il benessere nutrizionale delle fasce povere di popolazione non è soltanto una conseguenza dello sviluppo, ma un suo presupposto. L’insicurezza alimentare è, pertanto, la risultante del concorso di tutta una serie di circostanze.

Oltre alla crescita abnorme della popolazione mondiale, una delle cause principali dell’aumento di persone denutrite (150 milioni negli ultimi due anni) va individuata nei cambiamenti climatici, che rendono meno assorbibili gli incidenti ambientali estremi come siccità, incendi, inondazioni e dissesti. Entro il 2070, l’Africa, un continente con un sistema alimentare già sull’orlo del collasso, potrà diventare del tutto incapace di produrre determinati prodotti, tra cui il frumento.

Ma vi è anche un altro motivo alla base della crescente denutrizione: l’aumento e la volatilità a livello globale del prezzo del cibo, ben oltre ogni record del passato. Tra le cause dell’innalzamento dei prezzi degli alimenti va considerata innanzitutto la lievitazione della domanda di petrolio, una risorsa necessaria allo sviluppo economico dei Paesi emergenti.

L’aumento della domanda di combustibile nell’ultimo periodo ha reso generalmente più costoso l’utilizzo di questa fonte energetica per impiegare le macchine nei processi produttivi agricoli, creare la base chimica nella produzione di fertilizzanti e pesticidi e trasportare le derrate, determinando un’impennata dei prezzi dei prodotti. Mettendo insieme la capacità di “fabbricare” la fertilità dei suoli con la possibilità di convogliare le derrate alimentari verso nazioni la cui sopravvivenza dipende dalle importazioni e considerando che, entrambe queste funzioni, si siano rette in questi ultimi cinquant’anni su risorse energetiche abbordabili, alcuni osservatori ritengono l’attuale sistema alimentare del tutto insostenibile in un mondo caratterizzato da costi energetici elevati e dipingono il futuro prossimo con tinte inquietanti.

Un’altra causa dell’ascesa dei prezzi delle commodity agricole è il mutamento dei modelli di consumo nelle fasce più ricche della popolazione dei Paesi emergenti. Sulle loro tavole è ora la carne ad abbondare e il conseguente aumento della domanda di pollame, bovini, suini, ecc. non è senza conseguenze. Per allevare questa grande quantità di animali è, infatti, necessaria una notevole produzione di mangime, a cui segue l’aumento della domanda di grano e di altri cereali. Motivo d’innalzamento dei prezzi degli alimenti è, inoltre, la crescita delle superfici, precedentemente dedicate a coltivazioni alimentari, per produrre bietole e canna da zucchero da utilizzare poi nella produzione di biocarburanti, e la destinazione di grano e mais a questo nuovo uso, diverso da quello alimentare.

L’incremento dei prezzi delle derrate sta, infine, spingendo all’acquisto di enormi appezzamenti di terra negli Stati più poveri da destinare a coltivazione ad opera delle economie sviluppate, determinando problemi che potrebbero influire negativamente nei processi di crescita di quei Paesi e concorrere al mantenimento delle condizioni di povertà e fame.

LA CULTURA DEL CIBO LOCALE

Mentre nel mondo accadono eventi di tale portata, si va diffondendo nei paesi ricchi un approccio al cibo che tende a restituire al consumo scelte alimentari in base ai comportamenti delle imprese produttrici e alla promozione di risorse territoriali. L’affermazione di una cultura del cibo locale è un’innovazione sociale importante se intesa come un elemento su cui costruire nuove relazioni tra agricoltori e cittadini. Tuttavia, questa non potrà mai diventare un’alternativa al modello alimentare esistente e non è auspicabile che lo diventi. La massa di denutriti nel mondo non diminuirebbe affatto.

Il “Km 0” potrà esprimere una capacità innovativa se verrà intesa non in modo autarchico, come innalzamento di nuove frontiere, bensì in modo fortemente interconnesso con la dimensione globale del cibo, sia con le possibilità e opportunità che essa offre che con le contraddizioni che essa apre: accesso al cibo per tutti, liberalizzazione dei mercati, riconoscimento reciproco e tutela delle diversità agroalimentari e dei modelli di consumo, domanda crescente di partecipazione nei Paesi in via di sviluppo, intensificazione regolata dei flussi migratori, sviluppo delle biotecnologie in agricoltura, sostituzione di energia fossile con quella rinnovabile, ecc.

Altra cosa è la situazione dei paesi in via di sviluppo, dove gli interventi internazionali sotto forma di massicci aiuti alimentari possono stravolgere i mercati locali e pregiudicare la sicurezza alimentare degli stessi produttori agricoli. Qui va assegnata la priorità all’elaborazione di politiche agricole che privilegino innanzitutto i mercati locali e regionali e siano incentrate sulle popolazioni rurali presenti sul territorio.

OCCORRE UNA GOVERNANCE GLOBALE DEL CIBO

E’ difficile affrontare problemi così complessi con le divisioni e le sovrapposizioni esistenti nelle sedi internazionali: da una parte i paesi donatori, che gestiscono da soli l’iniziativa per la sicurezza alimentare de L’Aquila e dall’altra i paesi poveri, che agiscono invece attraverso il nuovo Programma per l’agricoltura e la sicurezza alimentare, gestito con un fondo fiduciario della Banca mondiale. E non si va da nessuna parte se il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale non diventa un’effettiva tribuna internazionale per affrontare globalmente i problemi riguardanti l’agricoltura, la salute e la conoscenza.

Si tratta di promuovere progetti di cooperazione allo sviluppo che favoriscano le capacità delle persone e delle comunità locali di accrescere il benessere individuale e sociale. Una particolare attenzione andrebbe rivolta all’elevazione della condizione femminile sia per valorizzare le capacità innovative delle donne in agricoltura, sia per correggere il tasso di fecondità.

Si dovrebbe dar vita ad una nuova organizzazione dei mercati agricoli e finanziari. In primo luogo, è necessario che tutte le transazioni e le posizioni degli operatori siano registrate, sia nei mercati regolamentati che nei mercati OTC (over-the-counter, cioè fuori borsa). Parallelamente, andrebbe creata una maggiore trasparenza dei mercati fisici, soprattutto per quanto riguarda i livelli di risorse e di scorte, nonché dell’offerta e della domanda a breve e medio termine. Andrebbe, inoltre, adottata una regolamentazione “uniforme” a livello internazionale per i mercati finanziari, per evitare la concorrenza tra le “piazze” finanziarie e le possibilità di elusione delle regole dovute per l’appunto alla mancanza di normative internazionali.

Bisognerebbe tornare a creare delle scorte di intervento da gestire a livello mondiale. Di fronte all’impennata dei prezzi delle derrate alimentari che sta nuovamente interessando tutte le regioni del pianeta, i dieci Stati membri dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico), in collaborazione con i loro partner Cina, Giappone e Corea del Sud, hanno deciso di creare delle riserve di riso in ciascun Paese di questo blocco regionale. Si dovrebbe farlo anche a livello globale.

E’ impossibile combattere la fame senza promuovere la conoscenza e l’innovazione come motori dello sviluppo competitivo, garantendo un intervento pubblico che punti a favorire la ricerca pubblica e a rendere praticabili i costi dell’accesso all’innovazione.

Occorrerebbe poi rafforzare il quadro giuridico internazionale sul reciproco riconoscimento dei sistemi di protezione della qualità dei prodotti agroalimentari e dei modelli di consumo, scoraggiando tuttavia diete alimentari che comportino un consumo eccessivo di proteine animali.

Andrebbero fissate le linee guida sugli investimenti riguardanti l’utilizzo dei terreni agricoli per arginare il fenomeno della depredazione della terra da parte delle economie sviluppate. E bisognerebbe coordinare i sistemi d’incentivazione delle diverse fonti energetiche rinnovabili al fine di trovare il giusto equilibrio tra il bisogno di disporre di energia a basso costo per la ripresa economica, la necessità di uno sviluppo sostenibile, a cui le agroenergie danno un contributo straordinario, e l’esigenza di assicurare il diritto al cibo, che mal si concilia con la sottrazione di terreno fertile per finalità agroenergetiche.

Se “sicurezza alimentare” significa “accesso sicuro e costante a cibo sufficiente per poter condurre una vita in buona salute“, occorre governare globalmente diverse politiche. Ma per farlo c’è bisogno di gruppi dirigenti responsabili, competenti e capaci; eticamente motivati e amanti dei loro popoli. Se il 70 % dell’umanità in condizione di insicurezza alimentare risiede nelle aree rurali, bisognerà pur rendere conto a quei popoli del perché si investe appena l’1% delle risorse finanziarie in attività esplicitamente legate all’agricoltura.

maggio 22, 2011 at 7:28 am Lascia un commento

I poveri:mezzo miliardo in meno

La stima è frutto degli studi di due ricercatori del Brookings Institute di Washington e si riferisce al periodo tra il 2005 e il 2010. “Entro il 2015 i poveri diminuiranno ancora”.

01/02/2011

Bambini giocano nello slum di Makoko, nella periferia povera di Lagos, in Nigeria (foto di Sunday Alamba/Ap).

Bambini giocano nello slum di Makoko, nella periferia povera di Lagos, in Nigeria (foto di Sunday Alamba/Ap).

Quasi mezzo miliardo di persone sono uscite dalla povertà tra 2005 e 2010, una cifra storicamente mai raggiunta prima in un lasso di tempo così breve: lo afferma un rapporto pubblicato da Laurence Chandy e Geoffrey Getz del Brookings Institute, istituto indipendente di ricerca con base negli Stati Unit, per la precisione a Washington D.C. I due ricercatori giungono a questa conclusione grazie a un aggiornamento delle stime sulla povertà globale. La loro ricerca li porta anche a concludere che l’obbiettivo del Millennio definito dall’Onu di dimezzare il numero di poveri entro il 2015 è stato raggiunto nel 2007. Di conseguenza, affermano i due, entro il 2015 il numero dei poveri sarà stato dimezzato ancora una volta, per raggiungere il 10% della popolazione mondiale, ovvero 600 milioni di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno.

http://www.famigliacristiana.it/Volontariato/News/articolo/i-poveri-mezzo-miliardo-in-meno_010211093140.aspx

febbraio 1, 2011 at 5:07 pm Lascia un commento

Pesca: il paradosso delle esportazioni dai paesi poveri

IL CORRIERE DELLA SERRA

[…]– I prodotti del mare, siano essi pesci o invertebrati (crostacei o molluschi), contribuiscono per il 15% del consumo di proteine animali di 2.9 bilioni di persone, valore che raggiunge il 50% se consideriamo solo gli stati africani occidentali e alcuni piccoli arcipelaghi. È quanto emerge dal rapporto della FAO del 2009. Ma non è tutto, essi rappresentano il prodotto di maggior esportazione delle nazioni in via di sviluppo, superando di gran lunga il valore dell’insieme di altri prodotti quali caffè, cacao, thè, tabacco e riso. Si pensi che nel 2006 la pesca e l’acquacoltura rappresentavano una fonte di lavoro per 4.3 milioni di persone mentre qualcosa come 520 milioni di persone dipendevano dalle entrate determinate dalla produzione di questi prodotti.

Sembrerebbe una buona notizia, ma non è tutto oro quel che luccica. Secondo uno studio pubblicato su Science il 16 febbraio scorso, con l’eccezione dei 3 maggiori esportatori (Cina, Norvegia e Cile), i prodotti di mare ‘migrano’ dalle acque delle nazioni caratterizzate da malnutrizione e da una bassa capacità di governance (appartenenti in primis al continente asiatico) – per governance si intende il controllo amministrativo sul territorio condotto dalle istituzioni di un paese – verso le tavole delle nazioni ben nutrite e ad alta governance (Stati Uniti, Europa, Giappone).

Paradossalmente, le condizioni prevalenti del mercato internazionale rendono più redditizio per le nazioni più povere esportare i propri prodotti di alto valore e importare prodotti di poca qualità, generando un valore aggiunto da spendere in beni e servizi, piuttosto che utilizzare questi prodotti per risolvere le proprie carenze alimentari nazionali.

A differenza dei prodotti agricoli, la sostenibilità di pesca e acquacoltura dipende strettamente dalla gestione del proprio ecosistema: una pesca eccessiva può portare all’impoverimento degli stock e diventare insostenibile, come lo può diventare un’acquacoltura gestita in maniera non assennata. La soluzione identificata dagli autori è lo sviluppo di sistemi di autocertificazione locale dell’export …

Ma il successo di una simile ipotesi dipende dalla volontà del consumatore di pagare un prezzo più alto per un prodotto ‘sostenibile’, finanziando in qualche modo in prima persona i costi di una gestione sostenibile, di un miglior equipaggiamento (ad es. reti da pesca ‘tecnologiche’) nonché di infrastrutture ‘sane’ che supportino tutto il percorso di esportazione. Se i consumatori sono pronti per questa operazione è cosa ancora da discutere. […]

febbraio 22, 2010 at 8:04 pm Lascia un commento

Sale l’indice di povertà in America Latina

di Rosa Affatato – Feb 17th, 2010

america_latina_1

[…] Si dice che la crisi stia terminando, che già ci siano i primi segni di ripresa, per lo meno in Europa. Non è così in America Latina, dove, a un anno circa dall’inizio della crisi economica mondiale, gli effetti sono visibili in tutti i settori. Secondo le recenti stime della Banca Mondiale per il 2009, la crisi ha fatto sì che gli indici di povertà siano ritornati indietro a quelli del 2007. “Eravamo molto compiaciuti del fatto che negli ultimi 8 anni la povertà in America Latina fosse andata diminuendo, ma la crisi ha interrotto questo trend positivo” ha dichiarato Felipe Jaramillo, direttore della Banca Mondiale per Bolivia, Ecuador, Perù e Venezuela al quotidiano boliviano “La Razón”. A fronte degli indici positivi che si erano visti all’inizio di questa decade, grazie anche all’incremento delle esportazioni di prodotti naturali e materie prime come petrolio, gas, minerali, soprattutto verso la Cina, grande consumatore di materie prime, nell’ultimo anno si è avuta una perdita pari a due anni di avanzamento economico. “Siamo molto preoccupati per la povertà” ha continuato Jaramillo. “I paesi del Sudamerica non hanno potuto continuare a crescere allo stesso livello degli anni passati, non si è potuto generare lavoro e anzi in alcuni casi si è generata disoccupazione. Le stime più recenti dicono che circa 14 milioni di persone sono ritornate povere per effetto della crisi”  […]

febbraio 17, 2010 at 8:07 pm Lascia un commento

Catastrofe ad Haiti: quale solidarietà?!

Il terremoto ha provocato decine di migliaia di vittime, tra cui molti bambini, e ha messo letteralmente in ginocchio la prima repubblica nera del mondo. Nel 1804, infatti, gli haitiani – colonizzati prima dalla Spagna e poi dalla Francia – si liberarono dalla schiavitù e dichiararono la propria indipendenza.

Ovviamente la solidarietà alle persone colpite da una tragedia del genere e la partecipazione alle loro difficoltà sono doverose, urgenti e naturali. Purtroppo in questi casi, specialmente in paesi poveri, la mancanza di prevenzione, la disorganizzazione, ed altri fattori, non solo non consentono di limitare i danni, ma li accentuano e li moltiplicano in modo impressionante. Ad es., per la disorganizzazione e l’impossibilità di far atterrare gli aerei con i soccorsi, ad Haiti è diventato addirittura difficile far arrivare gli aiuti o subiscono forti ritardi.

Di fronte ad una tale catastrofe e ad altre del genere che si verificano spesso sul nostro pianeta, occorrerebbe anche guardare oltre e, per quanto umanamente possibile, cercare di prevenire e prevedere con piani di emergenza adeguati… Questo vale, ovviamente, per le autorità locali, ma, in un mondo sempre più globalizzato, quanto sarebbero di aiuto delle “unità di crisi” con competenze, mezzi e organizzazione mondiale?

Queste,  oltre ad essere molto utili per l’organizzazione e l’ottimizzazione dei soccorsi a livello globale, potrebbero sensibilizzare, spingere alla prevenzione e preparare piani preventivi di intervento in relazione a tutte le situazioni e zone di maggiore rischio.

Certamente sono le autorità locali a doversi dotare in primo luogo di “unità di crisi”, ma, sia perché non lo hanno fatto, sia perché non di rado le calamità superano le disponibilità locali, sia perché le catastrofi sono di portata eccezionale, sia perché esistono pericoli che possono interessare vaste zone o l’intero pianeta, come, ad es. problemi a reattori nucleari (vedi Cernobyl) o di inquinamento dell’aria, dei mari e degli oceani, è necessario ed urgente costituire delle “unità di crisi” efficienti ed adeguate a livello globale. Non si può più considerare civile che ad ogni catastrofe ci si affidi quasi esclusivamente ad un mondo, pur altamente meritevole, di donazioni improvvisato e disorganizzato…. Le Unità di crisi dell’ONU evidentemente non sono adeguate.

gennaio 17, 2010 at 6:56 pm 1 commento

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