Troppi nodi irrisolti sul fronte del cibo. Ci vuole più responsabilità

maggio 22, 2011 at 7:28 am Lascia un commento

L’Italia si sta preparando a ospitare Expo 2015 dedicata all’alimentazione, ma non ha ancora avviato una riflessione sui nessi tra cambiamenti epocali e produzione e distribuzione del cibo. Non si va da nessuna parte se il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale non diventa un’effettiva tribuna internazionale per affrontare i problemi

di Alfonso Pascale

La Primavera del Mediterraneo sconquasserà gli equilibri geopolitici del mondo perché le folle che stanno sfidando regimi, bombe, assetti di potere decennali chiedono contemporaneamente pane e libertà. Quando la situazione diventa intollerabile dal punto di vista sociale si accendono gli animi e la mancanza di un bene primario come il pane fa emergere la penuria di un bene ancor più grande, che è la libertà. E così in poco tempo cambieranno i rapporti di forza e le sfere d’influenza, sia a livello macroregionale che su scala globale. Si trasformerà il legame tra Democrazia e Islam e aumenterà il numero degli attori coinvolti in asset cruciali per il futuro prossimo, come l’approvvigionamento energetico, la produzione e la distribuzione del cibo, la gestione dei flussi migratori. Le popolazioni dei paesi ricchi stanno reagendo, come al solito, in modo contraddittorio: da una parte si sentono coinvolte idealmente con le rivolte della fame, dall’altra ricorrono a specifici prodotti finanziari speculativi, offerti dalle banche anche europee e collegati agli andamenti speculativi dei prezzi delle materie prime agricole.

Occorrerebbe una forte capacità della politica di orientare le scelte dei governi verso soluzioni condivise dei diversi problemi sul tappeto. La Presidenza francese del G 20 ha avviato il confronto sul nesso tra sicurezza alimentare e speculazione finanziaria ed ha previsto due incontri a Parigi dei Ministri dell’Agricoltura il 22-23 giugno e delle Finanze il 16 ottobre per arrivare con un pacchetto di proposte al Summit dei G 20 il 3-4 novembre a Cannes. L’Italia si sta preparando ad ospitare Expo 2015 dedicata all’alimentazione, ma non ha ancora avviato una riflessione sui nessi che intercorrono tra questi cambiamenti epocali e la produzione e distribuzione del cibo.

IL CIBO E L’INSICUREZZA ALIMENTARE

Per star bene ognuno di noi ha bisogno di circa 2.000 calorie al giorno. Nei Paesi dell’Occidente ne consumiamo circa 2.900. Circa un terzo della popolazione mondiale non raggiunge le 2.000 calorie e il 30% di quel terzo di popolazione (si tratta di 500 milioni di persone) dispongono di meno di 1.500 calorie il che vuol dire che soffrono la fame e moriranno precocemente per inedia.

In un mondo in cui la produzione alimentare basta a sfamare tutti gli individui, oltre un miliardo di persone oggi non ha accesso ad una quantità di cibo sufficiente. Perché? Perché uno dei fattori chiave della sicurezza alimentare e nutrizionale è la povertà. L’insicurezza alimentare e la malnutrizione sono, infatti, nel contempo causa ed effetto della povertà e del sottosviluppo: il benessere nutrizionale delle fasce povere di popolazione non è soltanto una conseguenza dello sviluppo, ma un suo presupposto. L’insicurezza alimentare è, pertanto, la risultante del concorso di tutta una serie di circostanze.

Oltre alla crescita abnorme della popolazione mondiale, una delle cause principali dell’aumento di persone denutrite (150 milioni negli ultimi due anni) va individuata nei cambiamenti climatici, che rendono meno assorbibili gli incidenti ambientali estremi come siccità, incendi, inondazioni e dissesti. Entro il 2070, l’Africa, un continente con un sistema alimentare già sull’orlo del collasso, potrà diventare del tutto incapace di produrre determinati prodotti, tra cui il frumento.

Ma vi è anche un altro motivo alla base della crescente denutrizione: l’aumento e la volatilità a livello globale del prezzo del cibo, ben oltre ogni record del passato. Tra le cause dell’innalzamento dei prezzi degli alimenti va considerata innanzitutto la lievitazione della domanda di petrolio, una risorsa necessaria allo sviluppo economico dei Paesi emergenti.

L’aumento della domanda di combustibile nell’ultimo periodo ha reso generalmente più costoso l’utilizzo di questa fonte energetica per impiegare le macchine nei processi produttivi agricoli, creare la base chimica nella produzione di fertilizzanti e pesticidi e trasportare le derrate, determinando un’impennata dei prezzi dei prodotti. Mettendo insieme la capacità di “fabbricare” la fertilità dei suoli con la possibilità di convogliare le derrate alimentari verso nazioni la cui sopravvivenza dipende dalle importazioni e considerando che, entrambe queste funzioni, si siano rette in questi ultimi cinquant’anni su risorse energetiche abbordabili, alcuni osservatori ritengono l’attuale sistema alimentare del tutto insostenibile in un mondo caratterizzato da costi energetici elevati e dipingono il futuro prossimo con tinte inquietanti.

Un’altra causa dell’ascesa dei prezzi delle commodity agricole è il mutamento dei modelli di consumo nelle fasce più ricche della popolazione dei Paesi emergenti. Sulle loro tavole è ora la carne ad abbondare e il conseguente aumento della domanda di pollame, bovini, suini, ecc. non è senza conseguenze. Per allevare questa grande quantità di animali è, infatti, necessaria una notevole produzione di mangime, a cui segue l’aumento della domanda di grano e di altri cereali. Motivo d’innalzamento dei prezzi degli alimenti è, inoltre, la crescita delle superfici, precedentemente dedicate a coltivazioni alimentari, per produrre bietole e canna da zucchero da utilizzare poi nella produzione di biocarburanti, e la destinazione di grano e mais a questo nuovo uso, diverso da quello alimentare.

L’incremento dei prezzi delle derrate sta, infine, spingendo all’acquisto di enormi appezzamenti di terra negli Stati più poveri da destinare a coltivazione ad opera delle economie sviluppate, determinando problemi che potrebbero influire negativamente nei processi di crescita di quei Paesi e concorrere al mantenimento delle condizioni di povertà e fame.

LA CULTURA DEL CIBO LOCALE

Mentre nel mondo accadono eventi di tale portata, si va diffondendo nei paesi ricchi un approccio al cibo che tende a restituire al consumo scelte alimentari in base ai comportamenti delle imprese produttrici e alla promozione di risorse territoriali. L’affermazione di una cultura del cibo locale è un’innovazione sociale importante se intesa come un elemento su cui costruire nuove relazioni tra agricoltori e cittadini. Tuttavia, questa non potrà mai diventare un’alternativa al modello alimentare esistente e non è auspicabile che lo diventi. La massa di denutriti nel mondo non diminuirebbe affatto.

Il “Km 0” potrà esprimere una capacità innovativa se verrà intesa non in modo autarchico, come innalzamento di nuove frontiere, bensì in modo fortemente interconnesso con la dimensione globale del cibo, sia con le possibilità e opportunità che essa offre che con le contraddizioni che essa apre: accesso al cibo per tutti, liberalizzazione dei mercati, riconoscimento reciproco e tutela delle diversità agroalimentari e dei modelli di consumo, domanda crescente di partecipazione nei Paesi in via di sviluppo, intensificazione regolata dei flussi migratori, sviluppo delle biotecnologie in agricoltura, sostituzione di energia fossile con quella rinnovabile, ecc.

Altra cosa è la situazione dei paesi in via di sviluppo, dove gli interventi internazionali sotto forma di massicci aiuti alimentari possono stravolgere i mercati locali e pregiudicare la sicurezza alimentare degli stessi produttori agricoli. Qui va assegnata la priorità all’elaborazione di politiche agricole che privilegino innanzitutto i mercati locali e regionali e siano incentrate sulle popolazioni rurali presenti sul territorio.

OCCORRE UNA GOVERNANCE GLOBALE DEL CIBO

E’ difficile affrontare problemi così complessi con le divisioni e le sovrapposizioni esistenti nelle sedi internazionali: da una parte i paesi donatori, che gestiscono da soli l’iniziativa per la sicurezza alimentare de L’Aquila e dall’altra i paesi poveri, che agiscono invece attraverso il nuovo Programma per l’agricoltura e la sicurezza alimentare, gestito con un fondo fiduciario della Banca mondiale. E non si va da nessuna parte se il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale non diventa un’effettiva tribuna internazionale per affrontare globalmente i problemi riguardanti l’agricoltura, la salute e la conoscenza.

Si tratta di promuovere progetti di cooperazione allo sviluppo che favoriscano le capacità delle persone e delle comunità locali di accrescere il benessere individuale e sociale. Una particolare attenzione andrebbe rivolta all’elevazione della condizione femminile sia per valorizzare le capacità innovative delle donne in agricoltura, sia per correggere il tasso di fecondità.

Si dovrebbe dar vita ad una nuova organizzazione dei mercati agricoli e finanziari. In primo luogo, è necessario che tutte le transazioni e le posizioni degli operatori siano registrate, sia nei mercati regolamentati che nei mercati OTC (over-the-counter, cioè fuori borsa). Parallelamente, andrebbe creata una maggiore trasparenza dei mercati fisici, soprattutto per quanto riguarda i livelli di risorse e di scorte, nonché dell’offerta e della domanda a breve e medio termine. Andrebbe, inoltre, adottata una regolamentazione “uniforme” a livello internazionale per i mercati finanziari, per evitare la concorrenza tra le “piazze” finanziarie e le possibilità di elusione delle regole dovute per l’appunto alla mancanza di normative internazionali.

Bisognerebbe tornare a creare delle scorte di intervento da gestire a livello mondiale. Di fronte all’impennata dei prezzi delle derrate alimentari che sta nuovamente interessando tutte le regioni del pianeta, i dieci Stati membri dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico), in collaborazione con i loro partner Cina, Giappone e Corea del Sud, hanno deciso di creare delle riserve di riso in ciascun Paese di questo blocco regionale. Si dovrebbe farlo anche a livello globale.

E’ impossibile combattere la fame senza promuovere la conoscenza e l’innovazione come motori dello sviluppo competitivo, garantendo un intervento pubblico che punti a favorire la ricerca pubblica e a rendere praticabili i costi dell’accesso all’innovazione.

Occorrerebbe poi rafforzare il quadro giuridico internazionale sul reciproco riconoscimento dei sistemi di protezione della qualità dei prodotti agroalimentari e dei modelli di consumo, scoraggiando tuttavia diete alimentari che comportino un consumo eccessivo di proteine animali.

Andrebbero fissate le linee guida sugli investimenti riguardanti l’utilizzo dei terreni agricoli per arginare il fenomeno della depredazione della terra da parte delle economie sviluppate. E bisognerebbe coordinare i sistemi d’incentivazione delle diverse fonti energetiche rinnovabili al fine di trovare il giusto equilibrio tra il bisogno di disporre di energia a basso costo per la ripresa economica, la necessità di uno sviluppo sostenibile, a cui le agroenergie danno un contributo straordinario, e l’esigenza di assicurare il diritto al cibo, che mal si concilia con la sottrazione di terreno fertile per finalità agroenergetiche.

Se “sicurezza alimentare” significa “accesso sicuro e costante a cibo sufficiente per poter condurre una vita in buona salute“, occorre governare globalmente diverse politiche. Ma per farlo c’è bisogno di gruppi dirigenti responsabili, competenti e capaci; eticamente motivati e amanti dei loro popoli. Se il 70 % dell’umanità in condizione di insicurezza alimentare risiede nelle aree rurali, bisognerà pur rendere conto a quei popoli del perché si investe appena l’1% delle risorse finanziarie in attività esplicitamente legate all’agricoltura.

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I poveri:mezzo miliardo in meno DENUTRIZIONE IN SUD AMERICA E CARAIBI

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